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“AMARE” questo verbo
all’infinito può avere molti significati; AMARE è più che
voler bene , perché se si ama “qualcosa o qualcuno” non si
può vivere senza.
In questo caso si tratta
di amare “PALERMO”
il capoluogo della
Sicilia ,una CITTA’ AMARA per chi la ama.
Ed ecco la presentazione
del libro che abbiamo letto:
1° lettore
Nel 1950 il rione
“S.Pietro” a Palermo era ancora un cumulo di macerie; la
guerra aveva raso al suolo l’intera borgata. Eppure in una
piccola stanza di via Pantelleria miracolosamente
risparmiata dai bombardamenti, viveva una giovane coppia
“fujuta” da fresco: erano i genitori di Pino Leto, papà:
Filippo di diciannove anni e mamma Caterina di diciassette;
(entra in scena Sebastian) Filippo, alto e robusto come una
quercia , (entra in scena Chiara) Caterina magra come un
manico di scopa ma molto bella. Se ne erano “fujuti” perché
la mamma di lui era contraria a quel matrimonio.
Parte sceneggiata
“Figghu”, io ti l’havia
dittu, non ti ricordi che”io sono una Ales, la nobile
famiglia spagnola discendente dai Dragoni dell’ Andalusia”,
non n’aviumu a junciri con gente popolana.
Tu non mi vulisti
scutari, peggio pi tia
2° lettore
Filippo era l’unico suo
figlio maschio; per lui la madre avrebbe voluto un
matrimonio di prestigio, solo che Filippo non era andato a
scuola né aveva un mestiere.
Naturale quindi che
facesse di testa sua; Rapì la sua bella per mettere su casa
e non chiese niente a nessuno.
In cinque anni nacquero
quattro figli:
Toto 1°, morto dopo 11
mesi di vita, Giovanna, Toto’2° e Natale.
Nella primavera del 1956
Caterina si accorse sgomenta di essere ancora una volta
incinta
Parte sceneggiata
CATERINA:“Matri mia comu
fazzu? Sugnu incinta nautra vota. Mi n’haiu a librari”. Di
cu pozzu fidari. A cu ci l’addiri. Eppuri c’è a farmacista
chi mi po’ aiutari. Ora vaiu unni idda.
“Dottoressa, dottoressa,
FARMACISTA: Chi mi
chiama? Chi è? Avanti.
CATERINA: Dottoressa ,sugnu
iò, Caterina.
FARMACISTA:
Caterina,entra,che cosa è successo?
CATERINA: Dottoressa
sugnu nte guai, vui sula mi putiti aiutari.
FARMACISTA: non ti
preoccupare Caterina, dimmi tutto, se posso ti aiuto.
CATERINA: Sugnu nautra
vota incinta,ma stavota
stu figghiu avanti, non
pozzu purtari.
FARMACISTA:Ma cosa dici
Caterina, non devi neanche pensarlo.
CATERINA: No dottoressa,
iai tanti figgi, comu fazzu cu n’autru, io mi n’haiu a
libirari.
FARMACISTA: “assassina,
assassina, io ti denuncio” (con una scopa la insegue ed
escono di scena).
2° lettore ritorna sulla
scena
Caterina, ormai
rassegnata si tenne quel figlio. Quando , nel febbraio del
1957, lo diede alla luce, era bello e grosso, pesava quasi 5
chili e Caterina si era già abbondantemente pentita dei suoi
tentativi di eliminarlo.
Parte sceneggiata
CATERINA: ah! scialarata
i mia, chi cosa stava facennu! Matri mia ch’è beddu, pari un
miricanu.
MARIA (chiama Giusy):
Cummari Pippina, Caterina parturiu, dissunu chi ci nasciu un
carusu troppu beddu, ci assumigghia a un miricanu.
GIUSY: Cummari mu diciti
pi davvero? Sapiti chi facemu? Chiamami a Rosa, a Carmela e
a Cuncetta e annamu e u videmu.
MARIA: Si, si, annamu.
GIUSY: Cummari Rosa,
cummari Cuncetta, viniti cu nui , annamu a vidiri u figghiu
di Caterina.
GIORGIA-MARIA CATENA:
Aspittati chi stamu vinennu.
(arrivano da Caterina e
in coro dicono)
-Caterina auguri, fanni
vidiri a to figghiu
(Caterina fa vedere il
figlio)
GIUSY:-Caterina, ma
quanto è beddu.
MARIA CATENA: pari un
miricanu,
GIORGIA: un veru
miricanu.
2° lettore ritorna sulla
scena
Miricanu diventò il
soprannome di quel bambino, così lo conosceva la gente del
rione, così era chiamato in famiglia.
3° lettore
IL padre di Pino faceva
lo scaricatore per una grande azienda alimentare. Lavorava
per tre ; i proprietari dell’azienda se lo tenevano caro e
lo pagavano anche meglio degli altri.
Una mattina, mentre s
trovava sul “tir”, intento a caricarsi sulle spalle “armadi”
di acciaio, l’asta di ferro che reggeva il telone di
copertura cedette di schianto, colpendolo con estrema
violenza alla nuca.
Filippo perse i sensi e
quando aprì gli occhi non ricordava più nulla. Le prime
lastre evidenziarono una vasta lesione al cervello…. una
sera fu ritrovato a terra privo di sensi, era entrato in
coma. Tutto il rione San Pietro trepidò per la sorte toccata
a Filippo.
4° lettore
Dopo una lunga
convalescenza, Filippo, ritornò al lavoro, ma poteva fare
solo i lavori più leggeri. Per un po’di tempo le cose
sembrarono aggiustarsi; Filippo ricominciò a lavorare
tranquillo ed ebbe modo di trovare una casa più grande per
la cresciuta famiglia a Boccadifalco, fuori città.
Dopo la nascita di
un’altra figlia, Caterina e Filippo, con tutta la famiglia,
ritornarono a San Pietro.
Pino era contento di
essere ritornato a San Pietro. Fece subito amicizia con
tanti ragazzi suoi coetanei e, con quelli che cercavano di
metterlo alla prova, fece subito capire di che pasta era
fatto; così conquistò stima e rispetto da tutta la truppa e
fu eletto capo.
5° lettore
A casa , intanto, la
situazione peggiorava; il padre era stato licenziato e non
rivendicò neanche i suoi diritti di lavoratore, un po’ per
ignoranza, un po’ perché fare una cosa del genere a San
Pietro era considerato un atto di sbirreria. Era
disonorevole rivolgersi alla legge.
Si mise in cerca di un
lavoro andando dalla stazione Lolli, alla stazione centrale
o al porto con una bicicletta fatta apposta per le donne e
i suoi “cosiddetti amici”, piuttosto che sostenerlo lo
prendevano in giro.
Gli stenti e la fame
aumentavano.
6° lettore
Pino Leto detto “u
miricanu”aveva 6 anni e arrivò anche per lui il primo giorno
di scuola. Lo attendeva con impazienza, voleva sentirsi
grande come i suoi fratelli che già andavano da anni.
A scuola trovò come
compagno di banco suo cugino Ninuzzu, figlio di un fratello
della mamma. La cosa lo rese felice.Gli altri bambini
sfoggiavano grembiulini e cartelle nuove, u miricanu ,
prima di avere un
grembiule doveva aspettare che i suoi fratelli buttassero
via i loro per naturale consumazione. Tutti si portavano a
scuola da mangiare,tranne lui, così gli toccava dover
contare i bocconi dei compagni .
Anche suo cugino
Ninuzzo si portava la sua bella merendina:si trattava di
pane e panelle! Se la mangiava prima di entrare in classe
,perché le panelle vanno mangiate calde, altrimenti perdono
molto del loro aroma ; ma u miricanu aveva il sospetto che
lo facesse per non essere costretto a darne un po’ anche a
lui.
O miricanu,quando andava
bene, mangiava a casa un po’ di pane con latte condensato,
annacquato “un km” con surrogato di caffè e nascondeva il
pane rimasto sotto la montagna di bucato che la mamma doveva
stirare. Appena restava senza, prelevava quel pane dal
nascondiglio e lo mangiava.
Ma una mattina che non
aveva fatto colazione perché aveva esaurito anche la scorta
,sentiva più del solito i morsi della fame.
( il lettore si
allontana e si vede nei pressi del portone della scuola u
miricanu che aspetta Ninuzzu. Appena lo vede si avvicina e
Ninuzzu dice)
Parte sceneggiata
NINUZZU: Nni voi
anticchia?
MIRICANU: E vabbè,fammicci
rari un muzzicuni
(Ninuzzu allunga il
braccio e tiene con le mani il pane stretto per fargli dare
un piccolo morso)
MIRICANU: Talè, viri ca
iu a me casa manciavu; stu bisognu ru to pani unci l’aiu.
E ora non mi rari cchiù cunfirienza.
Ninuzzu (quasi
balbettando): Miricanu, un fari accussì, iu babbiava, u
sacciu cìon si mortu i fami
(toglie le dita dal pane
– u miricanu sbrana il pane –Ninuzzu butta il pane rimasto
ed escono dalla scena)
7° lettore
Ninuzzu era la sveglia
della famiglia Leto; era lui che ogni mattina veniva sotto
casa gridando
NINUZZU:Miricanu, a
campana tri bbuotti , ha sunatu.Spicciati ch’è tardu.
Lettore
Era un rito quotidiano.
Ninuzzu non se ne scordava mai. Ma una mattina, dimenticando
e chissà come, che era domenica, si presentò ugualmente
sotto casa e,come sempre gridò
NINUZZU: Miricanu, a
campana tri bbuotti ha sunatu. Spicciati ch’è tardu (lo
ripete più volte con crescente enfasi)
Lettore
Tutta la casa fu
svegliata di brutto. Filippo, bofonchiando chissà che, s’era
già infilato i pantaloni,quando gli occhi caddero sul
calendario. In un attimo capì che era domenica e la sua
sonnolenza si trasformò in rabbia.
FILIPPO: cu è chi di ddà
sutta abbannia? Ma puru oggi chi è duminica m’hanna
sbugghiara?Ora u capiu
Ah,stu sdisanuratu i
Ninuzzu iedi; ora c’iu rugnu iu u babbiu
Lettore
Si armò di un nodoso
bastone e lo sorprese alle spalle mentre Ninuzzu, ignaro,
continuava a ripetere
NINUZZU: Miricanu, a
campana tri bbuotti , ha sunatu.Spicciati ch’è tardu.
Lettore
Quella mattina solo per
un pelo Ninuzzu riuscì a sfuggire alla collera dello zio.
Pino e Ninuzzu non
parlarono mai di quell’ episodio perché Ninuzzo se ne
vergognava e Pino lo voleva bene , era il suo migliore
amico.
8°Lettore
Ricomincia un nuovo anno
scolastico. Pino che, non aveva mai tanto amato la scuola,
comincia ad odiarla soprattutto perché i suoi fratelli, Totò
e Natale, per motivi disciplinari venivano brutalmente
cacciati via dalla scuola.
Quell’ anno non trova
più come compagno di banco suo cugino Ninuzzu e resta lì
triste e senza pace fino a quando una mattina venne a
sedersi accanto a lui un nuovo compagno.
Si chiamava Giovanni,
aveva una faccia sveglia e a Pino gli piacque all’ istante.
Giovanni mostrò di non
notare minimamente le sue scarpe rotte, la cartella
sbrindellata, il grembiule privo di bottoni.
Anche lui era
poverissimo e come Pino reagiva rabbiosamente alle illusioni
ironiche dei compagni di scuola.
Erano così simili e
diventarono amici per la pelle.
9° Lettore
Terminata l’estate Pino
ritornò a scuola con la sottile emozione degli anni
precedenti. Sapeva di non trovare più Giovanni perché con
la sua famiglia si era trasferito. Visto che era ripetente
trovò compagni che non conosceva.
Non fu un bell’impatto
anche perché era stato segnalato alla maestra come “somaro
ed assente abituale”.
Parte sceneggiata
(in classe si trovano
gli alunni –entra la maestra)
MAESTRA:Con me non si
scherza- chi sbaglia paga!
(inizia a fare
l’appello) Accardi, Bozzetti,Di Fresco, Festosi,Guagliardo,
Leto Aurelio.
PINO (si alza):
presente!
MAESTRA:Ah, cominci
bene! Me l’avevano detto che sei un indisciplinato, ma con
me avrai pane per i tuoi denti (si avvicina e gli tira
l’orecchio)
Pino:Ahi, ahi, maistra
ma chi fici?
MAESTRA: continua così,
che io ti faccio via al primo giorno di scuola. (ritorna a
fare l’appello)
MAESTRA: Leto Francesco
PINO: presente
MAESTRA: (lo afferra per
i capelli e urla) Io ti rovino, ti espello a vita!
PINO: Va bene, non lo
faccio più, mi lassassi.
MAESTRA. (torna alla
scrivania e prosegue) Leto Giuseppe….Leto Giuseppe
PPINO: (sottovoce)
chiffà mi susu o no?
MAESTRA: Leto Giuseppe.
Ah, insisti, vuoi la guerra, ma io ti rovino, ti caccio
dalla scuola (afferra la bacchetta e si scaglia contro Pino)
PINO: ma vieru pazza è,
si mi susu, pigghiu lignati, si restu assittatu puru, tutti
a mia mi capitano.Ma bacchittati un ni vuogghiu pigghiari. E
chi ci aiu fattu? (scavala il banco per scansarsi)
MAESTRA: Prendetelo!
Prendetelo! (i compagni lo inseguono, Pino dà calci,
arrivano i bidelli, arriva il direttore)
DIRETTORE: Ah, sei tu
Leto; ne ero sicuro, solo tu potevi combinare tutto questo
finimondo.
MAESTRA: debbo stendere
la relazione per il provveditorato; c’è una soluzione la
espulsione da tutte le scuole!
DIRETTORE:( un po’
dispiaciuto) hai visto, ti sei rovinato con le tue stesse
mani!
PINO: Ma picchi, chi
fici? Chiamò Leto e mi susivi, allura mi tirò a ricchi e mi
rissi paruoli. Poi chiamò arrieri Leto e mi susivi arrieri e
idda mi tirò i capiddi. Lei,c’avissi fattu? Quannu chiamò
arrieri Leto mi stetti assittatu. Idda mi rietti ancora
lignati.
Cu idda si l’avi a
pigghiari, no cu mia.
Si mi susu e pigghiu
lignati
Si restu assittatu e
pigghiu lignati
Chi è cuorpa mia?
DIRETTORE: Ma signora
maestra, com’è la faccenda?
MAESTRA: Leto è
incorreggibile; si è alzato quando ho chiamato Leto Aurelio
e Leto Francesco, ed è rimasto seduto quando ho chiamato
Leto Giuseppe. E ciò a dispetto dei miei rimproveri e dei
miei ammonimenti. Merita l’espulsione da tutte le scuole.
(Pino piange
disperatamente)
DIRETTORE: Perché non ti
sei alzato quando ha chiamato Leto Giuseppe e invece lo hai
fatto quando ha chiamato Leto Aurelio e Leto Francesco? Tu
come ti chiami?
PINO: Leto
DIRETTORE: Leto come?
PINO: Leto miricanu
DIRETTORE: Come, Leto
miricanu e Leto Giuseppe allora chi è?
PINO: E chi ni sacciu.
Io mi chiamo Leto miricamu u capiu?
DIRETTORE: Si, va bene,
ma i tuoi come ti chiamano?
PINO: A mia tutti
miricanu mi chiamunu, rintra e fora
DIRETTORE: Dunque tu
questo Leto Giuseppe non lo conosci?
PINO: No, signò
direttore, un l’ haiu vistu mai. Ce lo giuro!
DIRETORE: Va bene Leto,
domani vieni a scuola con i tuoi genitori, così chiariremo
questa storia.
(escono tutti di scena)
Lettore
Fu così che u miricanu
scoprì di chiamarsi Giuseppe!
A scuola fu presto tutto
chiarito ma Pino preferì andare a lavorare.
10° Lettore
Pino andò a lavorare in
una friggitoria della vucciria, gestita da una coppia di
giovani sposi.
Il mercato della
vucciria con i suoi colori abbaglianti, le sue luci,la
gente, le cantilene dei negozianti che “abbannianu”la
propria merce, lo conquistò subito
.
(far scorrere le
immagini da internet “ u mircatu unni ancora si bannia)
Lettore
Pino si sentiva
importante, lavorava nella friggitoria con il fratello Totò
in armonia.
Ma poiché il lavoro gli
lasciava poco tempo da dedicare ai giochi, cominciò a
marinare la scuola con frequenza senza più assidua e tornò
ad essere il più asino della classe.
La maestra lo
costringeva a mettere alle orecchie dei coni di carta e a
portare alle spalle la scritta “SOMARO”.
Pino, quell’anno in
classe fu sorpreso nel ritrovare due suoi cugini Rosario e
Michele che,anch’essi, erano turbolenti ed andavano messi in
riga.
Ma Michele e Rosario se
la passavano bene e al coro di quelli che prendevano in giro
Pino, per i suoi abiti laceri , per la sua cartella
scassata, per le sue scarpe bucate, si unirono anche loro
Parte sceneggiata
(Entrano in scena
insieme Pino, Michele ,Rosario)
PINO: ciau, cucini.
MICHELE: parienti?
accura a comi parri, pass’eddà, pirucchiusu con si autru
Lettore
Quella di “pirucchiusu e
mortu ri fami” da parte degli odiosi cugini era diventata
una musica quotidiana .Una mattina Pino andò a scuola
particolarmente felice perché al suo polso sinistro
…..(entra in scena Pino con il polso spiegato per far vedere
a quei palloni gonfiati l’ orologio)
ROSARIO:talè, cucinu, u
viristi chi avi u mortu ri fami?
MICHELE: si, u vitti, so
patri inveci ri paari i debiti e darici a manciari ci
accatta u ruogiu!
ROSARIO: accatta? E tu
sicuru nni sì? Un pu iessiri c’ arrubbò?
(Pino di scatto si alzò
prende Rosario per la gola)
PINO: accura a comi
parri picchì mi scuordu ca sì cucinu e ti fazzu ù primù e ù
secunnu pilu, u capisti?
ROSARIO: arrieri ci va!
Pass’eddà, ma quali cucini? Un semu niente, u voi capiri o
nò?(gli molla un ceffone)
(interviene la maestra)
MAESTRA: ti ho visto
sai? È vero, sei stato provocato ma dovevi chiedere il mio
intervento, non farti giustizia da solo.
Lettore
L’indomani gli amati
cugini erano ancora più accaniti e provocarono Pino per
l’ennesima volta.
(Pino si rivolge alla
maestra)
PINO: signora maestra
pozzu annari in bagnu?
(mentre si alza per
andare in bagno i cugini lo fermano)
MICHELE e ROSARIO: tto
matri è ngrasciata
(Pino si avvicina e
fanno a botte – interviene la maestra)
MAESTRA:assassino,
assassino. Se la madre ti denuncia hai chiuso per sempre con
la scuola.
Lettore
La zia non solo, non
presentò reclamo, ma da quel giorno i cuginotti cambiarono
radicalmente, diventando suoi ammiratori e amici
inseparabili; marinavano insieme la scuola per andare a
farsi i bagni o a raccogliere mandarini…
11° Lettore
Una mattina i cugini di
Pino marinarono la scuola senza di lui. Mentre Pino se ne
stava a riflettere davanti al cancello della scuola per
decidere se entrare o meno, la grande quercia che si
stagliava a due passi dell’ istituto gli diede una grande
idea: abbandonò la cartella un finestra della scuola e in un
baleno raggiunse i rami più alti. Mentre si felicitava con
se stesso per la bella idea ed era contento per lo
spettacolo che si vedeva da lassù ,vide i suoi genitori.
PINO: matri mia iddi su
(si nasconde tra le foglie per non farsi vedere)
MADRE di PINO: Fifo,
talè, mi pari a cartella di Pinu. Fifo ti rissi ca è a
cartella i Pinu (guardarono insieme tra i rami sulla quercia
e la madre grida).
MADRE DI PINO: Ddà, iddu
è, u viri? (il padre guarda meglio e quando lo vede dice)
PADRE DI PINO. Scinni i
ddà, scinni, ti rissi, sinnò ti vegnu ammazzari chi me manu
(si avvicina una folla di curiosi).
PRIMO CURIOSO: Chi è
Fifu, chi sbattisti arrieri a testa?
PADRE DI PINO: Staiu
parranno cu me figghiu.
SECONDO CURIOSO: Maria,
allura vieru pazzu è. Ancora un s’a ripigghiaru i
l’infortuniu!
PADRE DI PINO: Ti rissi
ca staiu parrannu cu me figghiu ca scappò ra scola.
TERZO CURIOSO: Mischinu
è fissatu cu l’albulu e sò figghiu ca scappò ra scola.
PADRE DI PINO: Tu talii
ri stu latu, iu ri l’avutru (la folla guarda di quà e di là
e poi in coro).
CORO DI CURIOSI: Ddà è,
ddà è (piano piano i curiosi spariscono dalla scena).
Lettore
Pino rimane fermo
paralizzato fra i rami. Scende dall’albero quando si era
fatta quasi sera. Doveva rientrare a casa, aveva paura
perché sapeva che il papà per punire usava con estrema
facilità il tubo di plastica. Si fa coraggio e…(Pino arriva
a casa).
MAMMA: Talè, vatinni,
sinnò to patri t’ammazza a cuorpa di tubbu.
PADRE DI PINO: Chi è,
puorcu cca sì. Vinisti pi fariti ammazzari? (Si rivolge alla
moglie) Pigghiami u tubbu ca ci allisciu u pilu.
PINO: Amunì, papà, ca ti
fici ririri; a gente t’ avia pigghiatu pi pazzu, ci pareva
ca parravi cu l’albulu.
PADRE: Ti meriti trenta
cuorpa i tubbu!
PINO: Faciemu quindici
PADRE: Allura cinquanta
PINO: Amunì. Vinti e un
sinni parra cchiù
PADRE: Ti rissi
cinquanta e basta
PINO: E vabbe,
trenta,come vuoi tu. (il padre dà botte ed escono dalla
scena)
12° Lettore
I colpi non furono
trenta, ma molti di più; il padre si fermò solo quando gli
venne il fiatone. Lo soccorse la sorella Giovanna e lo porta
sul suo giaciglio. Pino non aveva un letto; dormiva con le
coperte stese sul pavimento.
Quella notte la
trascorse insonne, scorrevano davanti ai suoi occhi le
immagini del padre, del suo volto animalesco,trasformato da
una violenza assurda; non riusciva a comprendere e non si
dava pace.
13° Lettore
La friggitoria, dove
Pino passava i tre quarti della sua giornata, era diventata
la sua vera famiglia solo che non gli lasciava tempo per i
suoi sacrosanti giochi.
Pino aveva 12 anni e non
trovava giusto passare la vita a sgobbare a scuola e alla
friggitoria.
Così cominciò a marinare
anche il lavoro. Una mattina appena la padrona lo colpì di
insulti più del solito dicendogli “ngrasciatu e zingaru”, ne
approfittò per licenziarsi da solo o non tornare più.
Furono anche questa
volta colpi di tubo.
14° Lettore
Pino subito dopo andò a
lavorare in una falegnameria, dove c’era già suo fratello
Natale. Quando il padre lo presentò al padrone disse:
Lignati, si necessita, signor Pino, faccia come la mia
persona.
Quelle parole dette al
nuovo principale scavarono in Pino una profonda voragine.
Aveva l’impressione di essere più un animale in vendita che
un essere umano. La cosa tragica era che, chi trattava la
mercanzia era proprio suo padre.
Il signor Pino prese
alla lettera le parole del padre e ogni scusa era buona per
mettergli addosso le sue manacce.
Poi, come se ciò non
bastasse, Pino era stato preso di mira da uno dei lavoranti,
un certo don Tanino.
Una mattina tra i due
scoppiò una lite e Pino scappò dalla falegnameria, correndo
a perdifiato per circa 10 chilometri. Quando capì che non
c’era più pericolo si sentì stringere il cuore perché non
sapeva cosa dire al padre.
Il padre non chiese
neppure il motivo della fuga, gli bastò sapere che era
scappato dal lavoro per picchiarlo.
Pino cominciava ad
odiare il padre; la sua esistenza era un tormento; aveva
poco meno di 14 anni e già odiava la vita.
Dentro di sé pregava Dio
che facesse morire suo padre,forse avrebbe risolto il
problema più grosso: quello di non essere più umiliato dalla
persona che avrebbe dovuto dargli un po’ di protezione.
15° Lettore
L’indomani Pino dovette
tornare alla falegnameria; fu Natale,suo fratello a parlare
con il signor Pino dicendogli
NATALE: Un c’è bisognu
ca ci runa lei perché le ha già prese da suo padre (alzò il
lembo dei pantaloni per fargli vedere i lividi)
LETTORE: Ma il signor
Pino guardò, si accertò e poi disse
SIGNOR PINO: Picca tinni
rietti. Un crastu comu a tia merita di peggio! (e gli mollo
un ceffone)
LETTORE: Quel ceffone a
Pino fece più male delle trenta tubate della sera prima.
Lettore
A scuola quell’anno Pino
non trovò più la fascista, lo avevano relegato in una quarta
classe veramente speciale, fatta tutta di ripetenti.
Anche il maestro era
speciale; si chiamava Buttafuoco e aveva la fama di buttare
veramente fuoco da ogni parte. Fu grande la sua stima quando
lo conobbi da vicino. Subito gli disse
Parte sceneggiata
MAESTRO: Conosco le tue
traversie ed ammiro la tua perseveranza nel voler la licenza
elementare; io ti aiuterò. Tu prometti soltanto che non
marinerai più le lezioni.
PINO: Glielo prometto.
Lettore
Ma la promessa non durò
a lungo, Pino aveva 14 anni e il fisico di un ventenne.Era
dura restare in quella classe di bambini, il più alto gli
arriva alla cintola e lui si vergognava soprattutto durante
le visite dei genitori e si rannicchiava sotto il banco per
apparire più piccolo possibile. Una mattina andò dal maestro
e gli disse
PINO: Signor maestro, m
‘havi scusari, non me la sento di continuare
Lettore:Il maestro capì
e con un filo di tristezza disse
MAESTRO: Pino mi
dispiace non averti avuto prima nella mia classe, avrei
potuto fare molto di più per te.
Lettore
Fu così che dopo sette
anni di tentativi si chiuse la parentesi scolastica di Pino
Leto.
16° Lettore
Pino aveva 15 anni
quando per la prima volta dormì su un letto con rete e
materasso; rinunciò alla passeggiata serale e dopo cena andò
subito a coricarsi.
Il letto fu una
parentesi bella in un periodo nero per Pino perché il padre
aveva ripreso a bere e a picchiare tutti.
Una cosa bella erano i
compagni che Pino aveva conosciuto alla vucciria; in
particolare Giovanni, Michele e Totò gli facevano compagnia
quando, per sfuggire alle punizioni paterne, doveva restare
fuori a dormire.
Luca
Comincia una vita
da vero randagio,
ma Pino l’affronta
con forza e coraggio.
Lavori pesanti deve fare
per procurarsi da mangiare
a casa più non vuole ritornare
per non farsi da suo padre maltrattare.
Agatino
Fa il contrabbandiere
ma non per mestiere
difende una donna di mezza età
pestando gli scippatori senza pietà.
Tradisce le regole dell’omertà,
viene punito da chi non lo sa
capisce che di tutti deve dubitare
e solo di alcuni si può fidare.
Marco Pagano
Si dà da fare per trovare
un lavoro,
vuole imparare qualche mestiere
perché nella vita una parte vuole avere.
Si impegna a fare lo scaricatore
ma presto diventa un bravo muratore
da tanti clienti viene cercato
“ Mastru Pinuzzu “ da tutti è chiamato”.
Aleandro
Finito il lavoro passa dalla Vucciria
per salutare gli amici in compagnia
ma una sera solo Giovanni Vitale trovò
che a rubare una macchina lo invitò.
Quell’invito Pino non accettò
ma Giovanni il suo piano non abbandonò
rubò la macchina, di corsa andò
e contro un muro si schiantò.
Giuseppe Manuli
L’indomani quando Pino seppe l’accaduto
ebbe un senso di colpa per l’amico perduto,
i buoni propositi abbandonò
e ogni giorno più aggressivo diventò.
Faceva a pugni seza nulla temere
per dirimere le controversie di quartiere,
accetta l’invito di Simone fratello di Totò
e allo Ginnasium se ne andò.
Gianluca
Di un furto venne accusato
senza avere mai rubato
il maestro Cardella fa a Pino capire
che da quella palestra deve uscire.
Una nuova palestra Pino cercò
con grinta e coraggio si allenò,
notevoli progressi riportò
e ai campionati regionali novizi debuttò.
Salvatore
Nel ‘75 due incontri disputò
ed entrambi li vinse per ko;
ma quando nella fase nazionale fu squalificato
nel lavoro a capofitto si è ributtato.
Lavora, si allena, frequenta Giovanna
si formano così due cuori e una capanna,
ma il padre di Giovanna reagisce con furore
e toccò o “ ciliaccu” di fare da mediatore.
Orazio
Approda alla palestra del maestro Scalia
affronta la lunga trafila dei passaggi di
categoria
Branchini lo prende nella sua scuderia
e lo incammina in una nuova via.
Combatte a Messina contro uno zairese
e poi a Milano contro un francese
sulla Gazzetta dello sport viene menzionato
e quando torna a Palermo da tutti è acclamato.
Lorenzo
Lotà a Palermo un incontro organizzò
l’arena Trianan come mai si affollò
quando sul ring Folly si presentò
Pino sul tappeto lo stramazzò e finì la ripresa
sull’orlo del ko.
A Taormina la nuova sfida affrontò
contro Wà Lomani con ferocia si scagliò
la vittoria di certo non mancò
e tutta la Vucciria con Pino si rallegrò
Giuseppe Chillemi
Lavora, si allena senza mai malore
campione italiano riesce a diventare
vince anche il titolo europeo
ridando a Palermo un grande trofeo.
Ha salvato tanti giovani della Vucciria
riportandoli sulla retta via
maestro di vita è diventato
e anche da noi verrà sempre ricordato.
Viene presentato (Diego) Pino
Parla poi Ernesto
Pino, non mollare, continua a fare come
hai sempre fatto; non ti arrendere
“ Pigghia lu bastuni, e tira fora li denti”
Balletto fatto dalle ragazze
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